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lunedì 25 agosto 2014

I Pink Floyd e La Pazzia Di Syd Barrett

Roger Barrett, soprannominato Syd, è stato tra i fondatori della band inglese Pink Floyd, considerata tra le principali esponenti della psichedelia.
Il soprannome Syd gli venne dato in un locale jazz che Barrett frequentava in gioventù, per distinguerlo da un altro avventore abituale, un anziano di nome Sid Barrett; gli altri frequentatori del locale cominciarono a chiamare entrambi Sid, trasformando la "i" in "y" nel caso di Roger.
La sua militanza attiva nel gruppo è durata solo tre anni, dal 1965 al 1968, quando manifestò una grave forma di disagio psichico che lo costrinse a lasciare le scene e a trascorrere il resto della vita in modo ritirato.
Penultimo di cinque fratelli, crebbe in un ambiente domestico amorevole a Cambridge.
Viene descritto dalla sorella Rosemary come un bambino irrequieto, che gridava tutto il tempo, fino al giorno in cui imparò a disegnare, diventando più tranquillo.
Suo padre Max era un medico che dedicò la sua vita al lavoro e la sua morte prematura nel 1961, rappresentò di sicuro un evento traumatico per Syd.


PRIMO ALBUM, L'ABUSO DI LSD E LA PAZZIA
Syd era molto creativo e, oltre a dipingere, iniziò a strimpellare brani Blues con la chitarra acustica, focalizzando la sua attenzione più sul suono che sulla melodia.
Terminati gli studi primari, si iscrisse alla London’s Camberwell School Of Art, dove la sua figura eccentrica e misteriosa conquistò l’attenzione dei compagni e dei professori.
In questo periodo entrò in contatto con Roger Waters (ex compagno di liceo), Nick Mason e Richard Wright, dando vita ai futuri Pink Floyd.
Sin dai primi anni, Syd rappresenta l’ideale di vita hippy degli anni ’60, accostandosi abbastanza rapidamente alle droghe psichedeliche che, in futuro, decreteranno la sua fine.
I ragazzi abbandonarono ben presto gli studi accademici per dedicarsi solo alla musica e dopo un paio d’anni di gavetta firmarono un contratto con la EMI, imponendosi nel panorama avanguardistico e psichedelico underground londinese.
Registrarono negli studi di Abbey Road il loro primo album The Piper At The Gates Of Dawn, che fu un successo, ma rappresentò l’inizio dei problemi per l’artista.
Ad inizio carriera il repertorio dei Floyd era formato da pezzi blues riarrangiati e resi irriconoscibili dalle lunghe improvvisazioni, di cui Barrett era specialista.
Per la scelta del nome della band prese spunto dai suoi due bluesman preferiti: Pink Anderson e Floyd Council.
Tutti i brani erano composti da lui, tranne "Take Up Thy Stethoscope And Walk", di Roger Waters.
Il primo singolo, Arnold Layne, ebbe un enorme successo, anche se alcune radio si rifiutarono di trasmetterlo per via del testo, il cui protagonista aveva come caratteristica l'hobby di collezionare vestiti da donna, tema non di certo usuale negli anni sessanta.


Durante i concerti della band, Barrett era in grado di ipnotizzare il pubblico, come ricorda Pete Brown: "Syd Barrett faceva un incredibile lavoro sul palco. Era estremamente poetico e potevi quasi dire che prendeva vita in quegli spettacoli di luce, "light shows": una creatura dell'immaginazione.
I suoi movimenti parevano orchestrati per armonizzarsi con le luci e sembrava un'estensione naturale, l'elemento umano, di quelle immagini liquide".
Il locale che portò la band al successo fu l'UFO, dove i Pink Floyd riuscivano evidentemente a esprimersi al meglio; qui cominciarono a sperimentare il loro "Light Show", che divenne un elemento fondamentale delle esibizioni live, facendo da perfetta cornice alla loro musica.
Con un ritmo frenetico, mentre lavoravano al primo album, uscì il secondo singolo, See Emily Play, che superò come successo il singolo precedente.
Come molti artisti di quel decennio, anche Syd  fu vittima dell’abuso di LSD.
In quegli anni ci fu un boom di consumo di tale sostanza, con una sottovalutazione delle possibili conseguenze.
In pochi sanno che per un periodo l’LSD fu utilizzato anche in ambito psichiatrico, come “amplificatore” della psicoterapia, in pazienti affetti da disturbi nevrotici e della personalità, per via del suo effetto di potenziare le percezioni e le capacità associative.
Il suo uso venne poi prontamente smesso in quanto tra gli effetti collaterali vi è la comparsa di stati psicotici.
Gli acidi in quel periodo erano inoltre più potenti di quelli di oggi e un trip poteva comportare l’assunzione fino a 250 microgrammi di sostanza.
Le biografie riportano come Syd fosse un grandissimo consumatore di LSD e a questo si aggiungeva il consumo di marijuana, alcol e metaqualone (il famoso Mandrax).
Le testimonianze dei colleghi di Syd evidenziano un quadro psichico davvero preoccupante, che ricorda una psicosi esogena con sintomi confusionali.


GLI EFFETTI DELLA PAZZIA E L'USCITA DAI PINK FLOYD(1968)
Per June Bolan, i campanelli d'allarme iniziarono quando Syd tenne prigioniera in camera la sua ragazza per tre giorni, lasciando occasionalmente scivolare sotto la porta una porzione di biscotti.
Secondo il critico Jonathan Meades, in un'occasione fu compiuto un atto di crudeltà verso Barrett, da parte dei groupies.
Secondo il racconto "Raggiunsi l'appartamento di Barrett per vedere Harry, e sentii questo gran fracasso, come tubi del riscaldamento che vibrano.
Io dissi "Cosa sta succedendo?".
Lui ridacchiò e mi rispose "Questo è Syd che sta avendo un brutto trip. L'abbiamo messo nell'armadio".
Sempre Storm Thorgerson racconta dell'umore estremamente incostante di Syd, dicendo che spesso doveva tirarlo via da Lynsey (la sua ragazza), perché smettesse di colpirla in testa con un mandolino.
Il cantante degli UFO Joe Boyd racconta ad esempio nel 1967 che Syd “mi guardava in modo assente.
Non c’era un guizzo o una luce nei suoi occhi. Come se non ci fosse nessuno in casa”.
Anche sul palco mostrava comportamenti inadeguati, come nel tour americano del 1967, quando suonò con la chitarra completamente scordata e si presentò sul palco dopo essersi versato un intero barattolo di gel per capelli, che si scioglieva come cera sotto le luci di scena.
Il disorientamento spazio-temporale lo portò a salutare un discografico a Los Angeles dicendo di essere contento di trovarsi a Las Vegas.
Uno degli innumerevoli aneddoti riguarda l'ultima sessione di pratica a cui egli partecipò.
Syd presentò ai suoi compagni una nuova canzone, intitolata "Have You Got It, Yet?"
Inizialmente il brano sembrava semplice ma mentre lo provavano, Barrett cominciò a cambiare l'arrangiamento.
Per oltre un'ora Syd continuò a modificare la traccia, a suonarla con i nuovi cambiamenti, e a esclamare "Have you got it, yet?" (L'avete capita, adesso?); fin quando gli altri capirono che si trattava solo dell'ennesimo sfogo del bizzarro umorismo di Barrett.
Successivamente, per rafforzare il successo della prima raccolta, fu pubblicato un singolo con un altro brano di Barrett, "Apples and Oranges", che non compariva in "Piper". Un ulteriore singolo, "Scream thy last scream", sempre di Barrett, già completato, fu giudicato eccessivamente bizzarro dalla casa discografica, che rinunciò alla pubblicazione.
Analoga sorte toccò a "Vegetable Man".
Durante la realizzazione del successivo A Saucerful Of Secrets (1968), Barrett era ormai l'ombra di se stesso e l'unica sua canzone presente nell'album è Jugband Blues, che suona quasi come un imminente addio.
Nella primavera del 1968 Roger Waters tentò senza successo di portare Syd dallo psichiatra R.D. Laing ed in quell’anno il chitarrista venne escluso dalla band e rimpiazzato da David Gilmour.
Dopo aver vissuto senza fissa dimora per circa due anni, Syd fece ritorno nella città natale dove venne ricoverato nell’ospedale psichiatrico di Fulbourne, da cui fu poi seguito ambulatorialmente.
Negli anni successivi non venne mai curato contro la propria volontà ed assunse in certi periodi di maggiore agitazione il neurolettico clorpromazina.
Risale a quel periodo la registrazione, con l’aiuto degli ex compagni della band, dei due album solisti dell’artista The Madcap Laughs (1970) e Barrett (1971).
Riprese col tempo a dipingere e ad ascoltare musica.
Dipingeva con una grande varietà di stili: paesaggi, quadri astratti, nature morte, studi di luce, esercizi sui colori. Sembrava un tipo di attività autoterapeutica, senza un particolare interesse ad esibire le proprie opere. Era infatti solito distruggere i quadri dopo averli dipinti, come se l’interesse fosse più concentrato sul processo creativo che sull’opera finita.
All’inizio degli anni ’80 trascorse un periodo in una residenza psichiatrica a Greenwoods nell’Essex, da cui poi fuggì per tornare a vivere con la madre e la sorella, a cui era legatissimo.
Venne anche ipotizzato che Syd soffrisse della Sindrome di Asperger, un disturbo dello spettro autistico, caratterizzato soprattutto dalla compromissione del funzionamento sociale e relazionale.
Le persone affette da questa malattia possono presentare assenza di empatia, di consapevolezza di sé e possono sviluppare disturbi psichiatrici secondari nell’adolescenza e nell’età adulta.
Questa seconda fase della vita di Syd fu caratterizzata dall’estremo ritiro sociale e dalla forte limitazione nelle relazioni con gli altri, se si escludono alcuni negozianti e il proprio medico di base, che visitava spesso.
L’altra ipotesi diagnostica, forse più probabile, è un disturbo dello spettro schizofrenico, a cui i Pink Floyd dedicarono successivamente l’intero album The Wall (1979), che descrive la tragedia personale ed il progressivo isolamento sociale della rock-star Pink, alter-ego di Roger Waters (Pellizza, 2007).
L’uso massiccio di LSD può aumentare l’insorgenza di psicosi schizofreniformi in soggetti predisposti, cioè con una vulnerabilità congenita.
Dopo la morte, avvenuta nel 2006 per tumore al pancreas, sono stati messi all’asta vari oggetti trovati nella sua casa e tra questi The Oxford Textbook Of Psychiatry, in cui l’artista appuntò alcune pagine relative alla gestione di sindromi organiche da abuso di droghe, alle demenze e alle sindromi paranoiche.
Si può dunque ipotizzare che Syd avesse una consapevolezza di malattia o quanto meno un interesse a tentare di capire da solo i propri disturbi mentali.
Negli anni del ritiro ricevette numerose visite di fans, giornalisti e curiosi, a cui cercò in ogni modo di negarsi, rifiutando di voler parlare di quella che era ormai diventata una vita precedente, quando Roger era ancora per tutti lo psichedelico Syd.

Da possedere tutti, libri fondamentali:
 


LE DEDICHE DEI PINK FLOYD NEGLI ALBUM SUCCESSIVI
Senza Syd, i Pink Floyd cominciarono progressivamente a cambiare il loro stile, divenendo più melodici e orientandosi sempre più verso il Progressive Rock  ma non perdondo mai memoria del loro amico, sia dal vivo sia in studio.
E ogni volta che decidono di pubblicare un lavoro si rifanno a lui, al suo genio, alla sua malattia, ai suoi problemi con la droga, alla sua totale assenza.
The Dark Side Of The Moon ad esempio, l’album che ha definitivamente fatto esplodere i Pink, parla dell’alienazione e della pazzia che essa provoca.
La pazzia nella quale è sprofondato Syd.
Wish You Were Here, che succede a Dark Side, parla di assenza, o meglio di non-presenza, dell’essere in un posto senza esserci, di indifferenza tra le persone.
L’album si apre e si chiude con le due parti di Shine On You Crazy Diamond (splendi pazzo diamante), dichiaratamente dedicata a Syd.
In realtà, anche se non esplicitamente dichiarato, tutto l’album può essere un lungo e continuo pensiero a Syd.
Welcome To The Machine parla di un ragazzo con sogni di fama; è un chitarrista con una personalità fanciullesca, che ama i giocattoli e che viveva nelle tubature.
Have A Cigar parla di un gruppo ai primi contatti con una grossa casa discografica ed il testo è incentrato sul discorso fatto dal manager; il gruppo in questione sono proprio i Pink Floyd, che hanno avuto i primi contatti con la EMI assieme a Syd.
La celeberrima Wish You Were Here invece è il ricordo di un uomo che pensa ad una persona cara ormai lontana, un amico di vecchia data che ha percorso la sua stessa strada (essere un musicista) e ha trovato le sue stesse paure e adesso vorrebbe che fosse là con lui a scrivere canzoni.
E lo sarà anche per The Wall: come lo stesso Waters ammise, la scena nel film in cui Bob Geldof, completamente rasato, siede davanti al televisore mentre una sigaretta gli si spegne tra le dita, era stata ispirata da un episodio reale accaduto a Syd.


Durante il periodo di produzione di Wish You Were Here, per l'esattezza nella fase di presentazione dell'album ad amici e parenti, negli studi storici di Abbey Road, si presentò uno strano personaggio, completamente calvo, grasso e con le sopracciglia rasate, con in mano una busta della spesa, che si aggirava tra i presenti completamente allibiti.
Il primo a riconoscere Syd Barrett in quella figura ormai deturpata dagli abusi della gioventù fu, per ironia della sorte, proprio l'elemento che di Barrett aveva preso il posto, ossia David Gilmour.
Barrett chiese "Bene, quand'è che registro la mia parte di chitarra?".
Ma trovò solo il rifiuto da parte dello stesso Waters che gli rispose: "Mi dispiace, Syd, ma le parti di chitarra sono state già tutte completate".
A quanto pare, Waters non riusci neanche a forzarsi a compiacere Barrett premendo il pulsante di registrazione e quindi cancellando, in un secondo tempo, la sua parte dal master definitivo.
O magari fu tutta la band ad opporsi.
La versione della vicenda raccontata da Heylin però stride fortemente con le testimonianze raccolte da John Edginton, il regista del documentario.
Tutti i membri della band, anche se tra costanti vuoti di memoria e "non ricordo", dichiarano che anche a causa della giovane età (intorno ai 21 anni, all'epoca dei fatti) non avrebbero potuto o saputo fare di più e lui era una scheggia impazzita.
Gilmour sostiene anche: "Eravamo così impegnati in quella fase della nostra carriera che, sì è vero, lo abbiamo abbandonato". Waters e Mason tentarono di farlo visitare da R. D Laing, l'antipsichiatra per eccellenza in quel periodo, ma Syd non oltrepassò mai l'uscio del suo studio.
Così come si percepisce la sincerità di Waters (nella lunga intervista di 55 minuti) quando giustifica l'allontanamento dalla band di Barrett: "Syd non era più funzionale a una rock band perché stava perdendo il contatto con la realtà". Quando poi il regista Edginton sostiene che la forza lirica di Waters ha avuto due poli di attrazione (la perdita del padre e la perdita di Syd), risponde commosso: "L'amicizia d'infanzia e la sua malattia combinate insieme hanno scatenato in me un grande dolore. Shine On You Crazy Diamond esprime la delusione e la passione, celebra Syd nel suo talento e nella sua umanità: esprime tutto l'amore che ho verso di lui".
I compagni lo invitarono in regia ad ascoltare il prodotto della sua assenza.
Dopo aver ascoltato i brani, Barrett disse, sorridendo: "Mi sembra un po' datato, che ne dite?", e uscì così come era arrivato, lasciando Waters e compagni inebetiti e con le lacrime agli occhi.


LAVORI SOLISTI DI SYD
La sua voce torna a farsi sentire quattro anni dopo la pubblicazione di The Piper Of The Gates Of Dawn.
I discografici credono ancora molto in lui e hanno fede in una sua carriera solista.
Nel 1970 escono i suoi unici due album, piccoli capolavori, piccoli contenitori di perle.
Il primo ha un titolo che quasi fa pensare alla triste presa di coscienza della sua malattia mentale e lo fa nel suo stile fanciullesco attingendo ad Alice nel paese delle meraviglie: The Madcap Laughs, Il Cappellaio matto piange.
Disco molto grezzo per quanto riguarda la produzione.
Decisamente grezzo, tra grossolani errori e brani non completamente sviluppati.
E decisamente assurdo.
Il secondo album è intitolato semplicemente Barrett ed è prodotto decisamente meglio dal suo vecchio amico David Gilmour, che compare anche come musicista assieme a Roger Waters e Rick Wright.
E’ l’ultimo capolavoro della mente di un pazzo, e viaggia tra tematiche d’amore e di dolore interiore, condite con l’innocenza della voce del suo autore.
E’ un album totalmente altalenante ed instabile, non segue nessun filo logico e le canzoni sorprendono l’ascoltatore che non può mai predire lo stile del brano successivo.
Segue semplicemente lo stato d’animo instabile del suo autore.
Il trittico iniziale è spiazzante: "Baby Lemonade", "Love Song" e "Dominoes", tre gemme che si stagliano al vertice della produzione barrettiana.
Tre canzoni d'amore, atmosfere in continuo mutare, ora acustiche, un attimo dopo pervase di un'elettricità appena sussurrata, di un saltellare sempre in bilico tra il cadenzato e il felpato, accomunate da quel mood dal sapore psichedelico, vero e proprio marchio di fabbrica del nostro.
"It Is Obvious", recita la traccia successiva, ma di ovvio non v'è davvero nulla: il canto di Barrett è stralunato, i versi cominciano a perdere definitivamente la via della ragione, la melodia si fa altalenante. E' il ponte che ci conduce verso la parentesi più folle del disco: i due strampalati pezzi blues "Rats" e "Maisie", seppur costruiti su un tessuto ritmico tanto trito e ritrito quanto caro a Barrett, brillano di luce propria per la loro stranezza, la loro diversità dal resto dell'album. Se in "Rats", l'incedere è ossessivo, in "Maisie" tutto si placa, con Syd che sembra addirittura voler giocare, insolitamente, a far la voce grossa.
Giunge poi il momento di "Gigolo Aunt", forse la canzone meglio "smussata" dell'intero album, che resta purtroppo anche l'unica al quale lo stesso Barrett partecipò anche in fase di registrazione definitiva. Caratterizzata da un basso incalzante, sul quale vanno a inserirsi efficaci ricami di chitarra elettrica e organo, strappa più di un sorriso per il testo bizzarro e ironico ("Perché so chi sei, sei una zia gigolo").


Se la leggenda vuole che esse siano il prodotto di un Barrett perennemente sconvolto e tenuto in piedi dai session men che lo accompagnavano, c'è però un'intenzionalità nel non-finito di queste canzoni che anticipa tutta l'evoluzione dell'antiestetica del Post-Rock contemporaneo (con una linea che unisce periodi e autori diversi, dai Fall fino ai Wilco, dai Pavement fino alle varie impersonificazioni di Lou Barlow). Tutto ciò però con una differenza: mentre i cantanti attuali sono consciamente non rifiniti (rischiando quindi di ridurre l'anti-estetica a una nuova estetica), Barrett era genuinamente spontaneo nella sua esplorazione dello spaesamento. Ci vorranno infatti decenni perché i due dischi siano digeriti: la critica dell'epoca li liquida come inconcludenti abbozzi o come forme di cannibalismo della produzione sull’opera di un autore considerato finito.
Tuttavia convinti di una sua brillante e duratura carriera come solista, i manager fanno pressione su Syd per una nuova avventura in quel di Abbey Road, dalla quale trarre un altro disco di successo.
"Ho solo 24 anni, sono ancora giovane, c'è tempo" sosteneva Barrett, manifestando una certa ritrosia a ritornare in studio a lavorare.
In effetti le sessioni di registrazione del suo primo lavoro solista erano state tutt'altro che una passeggiata:
"Prendeva continuamente Mandrax.
Era così sconvolto che durante quelle sedute la sua mano scivolava sulle corde, mentre lui cadeva dalla sedia" ricorda Storm Thorgerson, amico d'infanzia di Syd, nonché celebre autore di copertine rock per lo studio Hipgnosis.

"Non penso che quando parlo sia facile comprendermi. Ho qualcosa che non va in testa. 
E comunque non sono nulla di ciò che pensate io sia." 


LA SCOMPARSA DALLA SCENA MUSICALE E LA MORTE
Come se volesse salutare i suoi fans nel modo più assurdo che potesse concepire, Syd si ritira totalmente dalla scena musicale dopo l’ultima nota di Effervescing Elephan (ultma canzone di Barrett).
Sparisce del tutto, nessuno sa più nulla di lui, forse nemmeno i suoi ex-compagni di band.
Il materiale per il suo terzo lavoro musicale mai uscito, insieme ad altro materiale scartato ed ad alcuni bootleg, è stato pubblicato nel 1988 col titolo Opel.
Si trasferisce nella casa di sua madre a Cambridge e là rimane per i successivi 36 anni.
E’ malato, gli acidi gli hanno provocato seri problemi cerebrali.
Entra ed esce dai centri di cura mentale, per molti anni.
Su di lui si dicono tante cose.
Si dice che viva come un recluso, che non sia più in grado di intendere e di volere, e forse è vero a giudicare dalle varie dicerie più o meno ufficiali.
Negli ultimi anni, l'ex leader dei Pink Floyd si faceva chiamare semplicemente Roger e continuò a vivere a Cambridge, ormai solo, in seguito alla morte della madre, isolato da tutto quello che in qualche maniera poteva ricordargli il passato.
Coltivava la sua passione per la pittura, dipingendo secondo uno stile prevalentemente astratto, e si dedicava al giardinaggio.
Non aveva nessuna voglia di ricordare i suoi trascorsi di musicista e i suoi vecchi compagni non lo contattavano più; voleva solo essere lasciato in pace.
Pare che la EMI negli anni ’80 abbia deciso di contattarlo per offrirgli una grossa somma di denaro, con la quale avrebbe registrato tutto quello che avrebbe voluto.
Avrebbero pubblicato qualunque cosa avesse registrato, sicuri di vendere anche soltanto sul suo nome.
Pare sia stata la sua famiglia, non lui, a rifiutare l’offerta, quindi probabilmente non era effettivamente in grado di prendere una decisione.
Le persone che hanno avuto contatti con lui, i familiari e qualche fan, dicono invece che no, non viveva come un recluso ma semplicemente come un normale vecchio malato di diabete, semplicemente è uscito di colpo dalla scena pubblica e non vi ha mai più messo piede.
L’antologia Wouldn't You Miss Me esce nel 2001, a distanza di più di dieci anni dalle outtake di Opel e a otto dal cofanetto finale Crazy Diamond.
E' la prima raccolta a comprendere in un solo cd il meglio della geniale carriera solista dell'ex Pink Floyd. Brani come “Octopus”, “Terrapin”, “Golden Hair” riescono a suonare ancora attuali, malgrado possano sembrare a tratti paradossali, quasi naif. E capolavori come “Effervescing Elephants” o “Baby Lemonade” conservano intatta tutta la loro luce anche a distanza di trent’anni. Nel viaggio lisergico di Syd, c’è sempre molta ironia, un’ironia sottile che sembra a tratti trasfigurarsi in un ghigno sardonico, ma che nasconde un senso di desolazione, di sconfitta. E’ la sommessa rassegnazione che si intravede tra le note di pezzi come “Waving My Arms In The Hair”, “Wolfpack”, “Long Gone”.
Ventidue tracce in più di settanta minuti di musica, tutte remasterizzate in modo accurato, sono un bilancio sufficiente, se non esaustivo, della sua carriera. Ma per i fan c’è anche una vera chicca, un inedito assoluto: “Bob Dylan Blues”.
E’ un folk-blues inciso su nastro nel 1970, in cui Syd gioca a interpretare Dylan in tutto.
Una sorta di parodia a rima quasi baciata sulle caratteristiche più o meno piacevoli del cantautore americano.
Un piccolo gioiello che contribusice ad accrescere i rimpianti per quello che Barrett avrebbe ancora potuto dare al mondo della musica.
Non resta che condividere, perciò, quanto scrive Graham Coxon nelle note dell’album: "Mi piace immaginarlo felice mentre dipinge o passeggia nel parco.
Non è lui ad aver perso il contatto col circo del pop”.

Syd esce definitivamente di scena il 7 Luglio 2006 a Cambridge per complicazioni del diabete, a 60 anni di età.
Il giorno dopo, Roger Waters, durante il concerto tenutosi a Lucca, ha dedicato all'amico appena scomparso Wish You Were Here, facendo apparire immagini dei primi Pink Floyd sul maxi schermo posto dietro al palco.

venerdì 22 agosto 2014

La Storia Degli Alice In Chains e La Morte Di Layne Staley

Dopo aver avuto un’infanzia difficile(con il padre che si drogava ed ubriacava),  la vita pone molto presto il giovane Layne Staley su precipizi fatali la cui némesi  è inevitabile e finale già scritto.
Staley nacque il 22 Agosto 1967 a Washington.
Compiuti i vent’anni prende coscienza di sé, di quel che è e di chi vuole diventare.
Capisce che la musica è l’unica cosa che lo tiene in vita, perseguitato com’è dall’ombra che proietta su di sé un padre come detto tossicodipendente e assente sia mentalmente sia fisicamente.
Staley abbandona la famiglia che Layne ha da poco compiuto sei anni.
Lui è un ragazzino sveglio, comprende tutto.
Per molto tempo la sua figura lo perseguita, all’età di 16 anni decide persino di mettersi alla sua ricerca senza ottenere risultati.
Tutto ciò lo frustra e il giovane Layne comincia a manifestare i primi segni di un malessere interiore che lo accompagnerà per il resto dei suoi giorni.
Da ragazzo è  inquieto e con una personalità chiusa e tormentata.
Riesce a trovare conforto però nell’eroina.
All’inizio è solo un piccolo sollievo per una vita che si preannuncia da loser.
Aspetto, quest’ultimo, che contribuirà a rendere Layne Staley una delle icone leggendarie della musica Grunge.
Una mela marcia, Layne, ma di qualità eccelsa, che ha la fortuna di scacciare via la rabbia e la frustrazione attraverso la musica.


GLI ALICE IN CHAINS
Una sera, mentre si trova in una sala prove di Seattle, il Music Bank, conosce Jerry Cantrell, un chitarrista cresciuto con la musica country che da qualche anno ha virato verso l’hard rock.
Con il bassista Mike Starr e il batterista Sean Kinney ha messo su una band, i Diamond Lie.
Quel giorno Layne e Jerry chiacchierano lungo, si confidano, diventano presto grandi amici.
Poco dopo decidono addirittura di prendere insieme una stanza in affitto e la gran parte del loro tempo libero lo trascorrono insieme provando e suonando canzoni che senza saperlo faranno parte del repertorio dei futuri Alice in Chains.
Infatti dopo aver sciolto le rispettive band, nel 1987 Jerry e Layne fondano gli Alice in Chains cui si uniscono gli ex Diamond Lie, Mike e Sean.
L’intesa tra i quattro è perfetta, Layne possiede una voce roca e potente, quasi abissale. Jerry invece è uno dei migliori chitarristi su piazza.
Gli ingredienti per sfondare ci sono tutti.


I DISCHI
Infatti nel 1989 firmano un contratto con la Columbia Records con cui realizzeranno tutti e  tre i loro album.
Facelift pubblicato un anno prima di Nevermind dei Nirvana, può essere considerato l'album che ha permesso alla scena di Seattle di uscire dall'underground.
Il video del brano Man in the Box venne trasmesso a rotazione da MTV e questo diede modo agli Alice in Chains di preparare il terreno alle altre band provenienti da Seattle, che successivamente, in particolare verso la fine del 1991, diedero grande visibilità al fenomeno grunge a livello mondiale.
L'album presenta già in buona parte quello che sarà in seguito il sound che contraddistinguerà la band, con influenze provenienti dall'Heavy Metal miscelate al suono sporco del fenomeno nascente del Grunge, il tutto completato dalla voce cupa e malinconica di Layne Staley.
We Die Young diventa un hit, mentre Man in the Box si guadagna una nomination ai Grammy Awards 1992.
Facelift diventa disco d'oro alla fine del 1990.
Dirt è considerato l'album forse più rilevante della discografia del gruppo.
L'album fu realizzato quando il cantante Layne Staley era totalmente dipendente dall'eroina.
Le atmosfere cupe, e i testi influenzati dall'esperienza della droga, aiutarono però l'album a diventare un successo.
I pezzi Sickman, Junkhead e Dirt sono basati sulle esperienze di Staley con l'eroina, mentre Rooster è basata sull'esperienza nella guerra del Vietnam del padre di Cantrell.
Rooster era il nomignolo con il quale questo veniva chiamato durante il conflitto.
Il pezzo Iron Gland ospita la voce di Tom Araya degli Slayer.
Esso, tuttavia, non è un vero e proprio brano, ma un insieme di rumori accompagnati dall'urlo di Araya.
Tutto ciò iniziò quando gli Alice in Chains conobbero gli Slayer durante il "Clash Of The Titans" tour nel 1990.
I due gruppi divennero amici e, in seguito, Jerry Cantrell chiese ad Araya di fare un urlo tipico degli Slayer da inserire nell'album in questione e lui accettò con piacere.
La frase pronunciata è "I'm Iron Gland!".
Dall'album vennero estratti 5 singoli: Would?, Them Bones, Angry Chair, Rooster e Down In A Hole.
L'omonimo è noto anche come Tripod (in italiano "tripode") a causa della sua copertina, raffigurante il cane di Jerry Cantrell, Sunshine, con una zampa in meno.
È l'ultimo album in studio registrato con Layne Staley alla voce.
Il CD era inizialmente disponibile in due versioni: una con la custodia viola trasparente con una "spina" traslucida giallo-verde e l'altra con lo schema dei colori invertito.
Sebbene non ebbe lo stesso successo di Dirt, l'album ottenne tre dischi di platino negli Stati Uniti, nonostante non fu supportato da un tour.
Alice in Chains è considerato dai fan l'album più triste per il suo ritmo Heavy rallentato e i testi morbidi nelle canzoni come in Grind, Head Creeps e Frogs.
L'Unplugged invece fu registrato il 10 aprile 1996 al Majestic Theatre della Brooklyn Academy Of Music come parte della serie di concerti MTV Unplugged, contiene versioni acustiche delle canzoni della band.
Lo show fu trasmesso per la prima volta su MTV il 28 maggio e fu il primo concerto degli Alice in Chains dopo oltre due anni e mezzo dal precedente, nonché una delle ultime apparizioni della band dal vivo con il cantante Layne Staley.
La band esegue la maggior parte dei propri successi (tra cui Would?, Down in a Hole e Rooster), esclude però dalla scaletta tutti i brani del primo album Facelift.
Il concerto termina con l'unico inedito, Killer Is Me.
Staley, in piena lotta contro la propria dipendenza da eroina, appare dimagrito, visibilmente affaticato e, malgrado l'ottima prova vocale, fuori allenamento: confonde infatti le parole dei brani in diversi momenti. Durante l'esecuzione di Sludge Factory, inverte i versi e interrompe immediatamente la canzone con un sonoro "F**k!".
Jerry Cantrell e lo stesso Layne sdrammatizzano, scherzando con un paio di battute e ricevendo gli applausi di un pubblico divertito dal piccolo incidente, prima di rieseguire da capo il brano.
L'errore e la successiva gag con Cantrell non sono inclusi nel cd, appaiono tuttavia nella versione video. Anche sul finale di Down in a Hole, Staley sembra confondersi al momento di ripetere il ritornello, lasciando cantare solo Jerry.
Ciò nonostante, l'intera performance è destinata ad entrare nella storia e ad essere considerata tra le migliori della serie di MTV Unplugged, al pari di quelle di Pearl Jam, Kiss e Nirvana.



L'INCONTRO CON IL PADRE, I PROBLEMI CON L'EROINA E LA MORTE DI STALEY
Gli Alice in Chains conoscono improvvisamente il successo, alcol a fiumi, droga e denaro a volontà.
Tutto va a gonfie vele fino a quando un giorno il padre di Layne, Philip, vede una foto di suo figlio su una rivista.
Da quel momento fa di tutto per riprendere i contatti con lui.
Gli dice che si è disintossicato e che da sei anni conduce una vita tranquilla.
Che insomma finalmente è apposto.
“Perché diavolo non sei tornato prima?” gli chiede Layne che all’inizio cerca di esser comprensivo.
Il rapporto però cambia quando suo padre riprende a fare uso di droghe.
E peggiora quando inizia ad accompagnarlo, dopo averlo indotto, sul sentiero oscuro dell’autodistruzione. Iniziano a farsi insieme, è per Layne la calata negli abissi.
Scrive il requiem per il suo sogno.
Quello di viversi finalmente la vita.
Phil gli chiede spesso soldi, poi prende anche l’abitudine di andare a trovarlo tutti i giorni.
E ovviamente non per affetto.
Per Layne è una situazione insopportabile e deprimente.
Del suo malumore comincia a risentirne anche la band.
In quei giorni l’uso di eroina diviene sempre più elevato e frequente e Layne, provato fisicamente e psicologicamente fatica a reggere i ritmi della band non riuscendo neppure a esibirsi dal vivo.
Per i due album Dirt del 1992 e Alice in Chains del 1995 non organizzano neanche una tournée.
Il cantante entra ed esce dalle cliniche per disintossicarsi ma mai completamente pulito.
Butta soldi, cerca con tutte le sue forze di uscire dal vortice in cui è risucchiato ma non ci riesce.
E il destino si sa, gioca brutti scherzi.
Mentre il padre a un certo punto riesce a risalire dal fondo, Layne dopo aver combattuto invano piano piano si spegne.
Il 29 ottobre 1996, morì quello che per Layne fu l'unico vero grande amore della sua vita: Demri Lara Parrot, uccisa da un'endocardite batterica.
Layne non resse più.
Smise definitivamente di farsi vedere in pubblico, distrutto dal dolore dei tragici eventi che lo avevano accompagnato per tutta la vita, dalla delusione e dalla rabbia verso un mondo ipocrita come quello della musica, Layne si rinchiuse nel suo appartamento a Seattle, ormai logorato psicologicamente e fisicamente dall'eroina.
Piano piano la depressione e la droga lo stavano consumando.
Nel 1998 Staley collaborò con altri artisti al progetto Class Of '99, ma le sue condizioni fisiche e psicologiche erano ormai al limite del collasso tanto che nel video di Another Brick In The Wall Part 2 (cover dei Pink Floyd) Layne non appare nemmeno, se non in vecchie registrazioni del Live At The Moore dei Mad Season, di tre anni prima.
Gli Alice In Chains non si sciolsero nel mentre ma era evidente che Staley non avrebbe più suonato con loro.
Dopo aver rilasciato un'ultima intervista nel febbraio 2002, fu trovato morto nel suo appartamento il 19 aprile 2002, a due settimane di distanza dalla morte, ucciso da una micidiale mistura di droga, la speedball.
Dopo la sua scomparsa, la madre fondò la "Layne Staley Fund", una comunità no-profit che si occupa della prevenzione e del recupero dei tossicodipendenti.
Otto anni dopo la morte di un’altra icona del Grunge, Kurt Cobain. Layne Staley, che con la sua musica sperava anche di poter aiutare gli altri, durante la sua ultima intervista diffida i giovani dal tenere un comportamento simile al suo: “La droga che uso è come l’insulina di cui un diabetico ha bisogno per sopravvivere. Non uso le droghe per ‘sballarmi’ come pensa molta gent e lo so di aver fatto un grave errore quando ho cominciato a usare questa merda.
È un dolore insopportabile. È il peggior dolore del mondo. La droga distrugge tutto il corpo”.


IL RITORNO NEL 2005 SENZA STALEY
Nel febbraio 2005 Jerry Cantrell, Mike Inez e Sean Kinney hanno organizzato un inaspettato concerto con lo scopo di raccogliere fondi per le vittime dello Tsunami che ha colpito il sud-est asiatico il 26 dicembre 2004.
Per l'occasione si alternarono alla voce i cantanti dei Tool, dei Puddle Of Mudd e dei Damageplan.
Il mixaggio del nuovo album venne terminato nell'aprile del 2009 per essere pubblicato il 29 settembre dello stesso anno sotto il titolo di Black Gives Way To Blue con la Virgin/EMI.
Nel 2011 Mike Starr(ex bassista della band) viene arrestato in quanto trovato in possesso di sostanze stupefacenti, circa 1 mese dopo(Marzo 2011) viene trovato morto nella sua casa a Salt Lake City.
Anche per lui la droga la causa della sua morte.
L'8 gennaio 2013 uscì il nuovo singolo Hollow, il primo dell'album The Devil Put Dinosaurs Here uscito il 28 maggio 2013.
L'album contiene 12 tracce e viene pubblicato nella versione cd con case rosso.
La copertina del book interno contiene l'immagine di due crani di triceratopo speculari.
Posizionando il book all'interno del case rosso se ne percepisce uno soltanto, se osservato privo di case i due crani speculari (e monocromatici uno verde e uno rosso) disegnano la sagoma di una terza figura.
I dischi senza Staley contengono sempre il mood depressivo degli anni 90 con il nuovo vocalist DuVall che cerca d'imitare la cadenza di voce di Staley.


La Storia Dei Nirvana e Il Suicidio Di Kurt Cobain

I Nirvana sono stati forse la band  più rappresentativa del movimento Grunge, per quanto band come Alice In Chains e Pearl Jam erano indubbiamente più varie e tecniche.
In pochi anni e con una manciata di album all’attivo, sono riusciti a imporsi come la vera leggenda della scena di Seattle, riuscendo a interpretare l’umore di un’intera generazione e trasformando l’alternative rock in un fenomeno di massa.
Il suicidio del loro leader, Kurt Cobain, ha certamente alimentato il mito, ma l’impatto della musica dei Nirvana sugli anni ’90 è indiscutibile.
Il loro nome, a detta di Cobain, significava "liberazione dalla sofferenza/dolore".


STORIA E PRIMI DISCHI
Inspirandosi ai Melvins, Kurt Cobain (vocalist e chitarra), Chris Novoselic (basso) e Chad Channing (batteria) formano i Nirvana e iniziano a suonare usando proprio la strumentazione di seconda mano dei Melvins.
Come detto sono una delle band principali della scena di Seattle del tempo.
Dopo aver pubblicato il 45 giri “Love Buzz/Big Cheese” per l'etichetta simbolo della scena cittadina, la Sub Pop Records, i Nirvana esordiscono a 33 giri con Bleach (1989).
Cobain si rivela subito l’anima del gruppo.
Le sue capacità compositive emergono da pezzi come “About A Girl”, una ballata che preannuncia l'esistenzialismo e la vena desolata del suo stile, ma anche da prototipi grunge come “School”, “Blew” e “Love Buzz” che fissano subito i parametri del sound Nirvana degli anni a venire.
Il disco e la successiva tournée garantiscono alla band un buon successo e la incoraggiano a proseguire, malgrado già affiorino i problemi di salute psico-fisica del suo leader.
Ingaggiato alla batteria Dave Grohl (Warren, Ohio), il trio firma con la major Geffen e, nel settembre 1991, pubblica Nevermind.
Prodotto da Butch Vig e mixato da Andy Wallace, è un disco destinato a entrare di diritto nei classici di sempre.
Pochi album, nella storia del rock, hanno infatti saputo incarnare con la stessa intensità gli umori e le ansie di un'intera generazione.
Eppure Kurt Cobain, a registrazioni ultimate, non era soddisfatto.
Non perdonava a Gary Gersh e a Andy Wallace, rispettivamente discografico e produttore, di aver voluto mettere le mani sul materiale, accentuandone dinamica e profondità.
La peculiarità dei Nirvana è di saper associare al sarcasmo nichilista del punk un talento melodico sconosciuto a gran parte delle formazioni che emergono nello stesso periodo.
E poi ci sono i testi: una perfetta fusione fra musica e vita, in grado di creare una simbiosi mitica fra artista e pubblico che tocca il suo apice in “Smell Like Teen Spirit”, il grido rabbioso che apre l'opera e rimarrà negli annali a simboleggiare lo spirito, apatico e sarcastico, di un'intera generazione.
Rinunciando in parte alla durezza del precedente “Bleach”, Cobain dà sfogo ai suoi demoni in una serie di ballate nevrotiche, che ricordano da vicino quelle del suo grande maestro, Neil Young.
Ascoltare per credere pezzi come “Lithium” e “On A Plain”, che donano al disco un tormentato vigore.
Ma a conquistare il pubblico sono anche l'autobiografica “Come As You Are”, il lamento acustico di “Polly”, il bisbiglio moribondo di “Something In The Way”.
L'album (più di 10 milioni di copie vendute, contro le 30mila dell'esordio) diventerà uno dei maggiori successi discografici di tutti i tempi, senza alienare tuttavia ai Nirvana le simpatie delle frange più "dure e pure" del loro pubblico.
E la musica di Seattle porta alla luce un'altra America, popolata di giovani disadattati e inquieti che, da underground, assurgono improvvisamente a fenomeni di costume.
Nel dicembre 1992 la Geffen pubblica Incesticide, raccolta di rarità registrate alla BBC, singoli inediti su album e versioni alternative con Sliver che ha un discreto successo.




I LITIGI CON AXLROSE, I PROBLEMI CON RAPE ME ED IN UTERO: GLI ULTIMI ANNI
Nel 1992 i Nirvana si esibiscono agli MTV Video Music Awards.
Durante le prime prove, Cobain annuncia che durante la trasmissione il gruppo avrebbe suonato una nuova canzone e i Nirvana iniziarono a provare Rape Me.
I dirigenti di MTV sono scioccati dalla canzone, credendo che il testo si riferisse a loro.
Pur di non permettere la messa in onda di Rape Me, i dirigenti di MTV minacciano di escludere i Nirvana dal programma e di non trasmettere più i loro video musicali.
Dopo una serie di accese discussioni, il gruppo decise di suonare Lithium, l'ultimo singolo.
All'inizio dell'esibizione, Cobain simula le prime note di Rape Me, prima di iniziare Lithium.
Verso la fine della canzone, irritato per la rottura del suo amplificatore, Novoselic decide di lanciare il basso in aria.
Tuttavia, sbaglia la misura del lancio e il basso cade sulla sua fronte, facendolo cadere dal palco.
Mentre Cobain distrugge la strumentazione del gruppo, Grohl corre alla telecamera e inizia a urlare ripetutamente Hi, Axl! Where's Axl?, riferendosi al cantante dei Guns N' Roses Axl Rose, con il quale avevano avuto un litigio prima dello show.
Il tutto nasce dal "camping" dello show,dove alloggiavano le star.
Cobain riferì:
"Eravamo qui fuori e abbiamo visto passare Axl, così Courtney. tenendo in braccio Frances ha detto:
"Axl vorresti essere il padrino di nostra figlia?"
Axl mi puntò il dito contro, in modo molto aggressivo (mimando il gesto) e poi mi disse di far star zitta la mia "puttana" mentre gli altri Guns tra cui Duff McKagan in particolar modo circondarono Novoselic per picchiarlo".
Poi, nel settembre del 1993, dopo una serie di speculazioni sullo stato di salute di Cobain, esce In Utero.
Il disco viene inciso in due sole settimane.
È una miscela di canzoni rabbiose e desolate (“Rape Me” che nel riff iniziale fa il verso a Smells Like Teen Spirit, “Serve The Servants”, “Pennyroyal Tea” e, soprattutto, “All Apologies”) e di esagitate esplosioni rumoristiche al limite della cacofonia (“Scentless Apprentice”, “Frances Farmer Will Have Her Revenge On Seattle”, “Milk It” e l'autoironica “Radio Friendly Unit Shifter”).
L’album riflette soprattutto l’odissea personale di Cobain, sposatosi nel frattempo con Courtney Love delle Hole.
E’ la testimonianza di un cupo, inguaribile senso di impotenza e fatalismo.
Su Mtv i Nirvana ripropongono, in un’affascinante chiave acustica, molti dei loro successi, incidendo il fortunatissimo Unplugged in New York.
Testimonianza di un concerto del novembre 1993, l’album svela l’anima sofferente delle canzoni di Cobain. Spogliati degli orpelli hard-rock, i brani dei Nirvana si rivelano struggenti confessioni di un incurabile disagio esistenziale.
Un’atmosfera di tragedia imminente pervade le rivisitazioni di “Pennyroyal Tea”, “All Apologies”, “Come As You Are” e “About A Girl”.
Ma a dare nerbo al disco sono anche alcune cover come “The Man Who Sold The World” di David Bowie, “Lake Of Fire” e “Oh Me” dei Meat Puppets e una straziante versione del classico di Leadbelly “Where Did You Sleep Last Night”.
Il quartetto deciSe di non suonare le proprie hit più famose, con l'eccezione di All Apologies e Come as You Are.
In seguito, Grohl dichiarerà: "Sapevamo di non voler fare una versione acustica di Teen Spirit...sarebbe stato incredibilmente stupido".
Ma il successo comunque raggiunto dall'Unplugged non servirà a guarire il biondo idolo di Seattle.



IL SUICIDIO DI COBAIN
Come prima di lui Jimi Hendrix e Jim Morrison, anche Kurt Cobain porterà ad estreme conseguenze la sua autodistruzione.
Nell'ultimo periodo della sua vita Cobain durante i concerti era un automa, un fantoccio inanimato, che non cambiava mai posizione nell’ora scarsa in cui cercava di suonare: statico sulla chitarra, sempre fuoritempo, mentre gli altri due, Kris Novoselic e Dave Grohl, provavano a fare il loro mestiere.
E alla fine di quel breve pianto, una sensazione cattiva, premonitrice forse, si intuiva che Kurt aveva pian piano iniziato a dirci addio.
Nelle prime settimane del 1994, i Nirvana iniziano un nuovo tour europeo, che viene però sospeso dopo che il 1º marzo a Monaco di Baviera a Cobain furono diagnosticate una bronchite e una forte laringite.
Per questo motivo il concerto del 2 marzo, che si dovrebbe tenere proprio a Monaco, viene cancellato.
A Roma, la mattina del 4 marzo, Courtney Love trova il marito privo di coscienza nella propria camera d'albergo.
Il cantante dei Nirvana viene immediatamente trasportato all'ospedale, dove si scopre che l'incoscienza era il risultato di una combinazione di Rohypnol, medicina che gli era stata prescritta, e alcolici. Tutte le rimanenti date del tour vengono cancellate, incluse alcune nel Regno Unito.
Nelle settimane successive, Cobain ricade nella dipendenza dall'eroina, acconsentendo a seguire un programma di riabilitazione in un centro specializzato.
Dopo meno di una settimana passata nel centro, Cobain salta il muro di cinta e torna a Seattle in aereo.
Una settimana dopo, l'8 aprile 1994, Cobain viene trovato morto nella sua casa di Seattle infatti il leader dei Nirvana si toglie la vita con un colpo di fucile, consacrandosi per sempre al culto dei fan.
I Nirvana si sciolgono immediatamente: game over.

Nel suo messaggio d’addio, un epitaffio: “It’s better to burn out than to fade away”, “meglio bruciarsi che svanire a poco a poco”.
E’ un verso di "My my, hey hey", la canzone del suo maestro Neil Young.
Un anno dopo, il cantautore canadese renderà omaggio alla memoria del suo discepolo dedicandogli "Sleep With Angels".


SUICIDIO O è STATO UCCISO?
Qualche ora dopo, migliaia di fan sono già in fila, una veglia silenziosa nel grigio mattino di Seattle.
E mentre la polizia compie il suo lavoro ed emana il suo verdetto: suicidio, avvenuto tre giorni prima, il 5 aprile il mondo si chiede "perché?".
Courtney Love, la moglie di Cobain, cerca di consolare i fan all'esterno della villa.
A qualcuno regala i vestiti del marito.
Centinaia di giornalisti lasciano la sede della Boeing, dove è in corso la presentazione di un nuovo gigante dei cieli e si dirigono verso la villa.
Tra questi, Richard Lee, 31 anni.


LA TEORIA DI RICHARD LEE
Che dopo una settimana pubblica un articolo: "Chi ha ucciso Kurt Cobain?".
La teoria, se così si può definirla, che Richard Lee porterà avanti nel corso degli anni parte da un fatto non verificabile.
Lee sostiene di aver visionato delle immagini del ritrovamento del cadavere, girate da un fan appostato all'esterno della casa, dalle quali emergerebbe l'incongruenza tra la modalità del suicidio un colpo di fucile alla testa e la scarsa quantità di sangue presente intorno al corpo di Cobain.
Le smentite arrivano subito: esperti di balistica replicano che nel caso di un colpo esploso nella cavità orale, il sangue non fuoriesce in grandi quantità.
Ma Lee va avanti.
Diventando il capofila di chi ritiene che il cantante dei Nirvana sia stato assassinato.


LA TEORIA DELL'INVESTIGATORE TOM GRANT
Al secondo posto di questa lista c'è Tom Grant, professione investigatore privato.
Il 25 marzo 1994, in casa Cobain, si tiene una riunione.
Viene suggerito al musicista il ricovero in una clinica per disintossicarsi dall'eroina.
Tutti d'accordo.
Il ricordo dell'incidente di Roma è ancora vivo.
 Il 30 marzo Cobain arriva al centro di riabilitazione Exodus di Marina del Rey, Los Angeles.
Vi resta 24 ore.
Il giorno seguente, dopo la visita della figlia, fugge, prende un aereo e torna a Seattle.
Ma fa perdere le proprie tracce.
Courtney Love ingaggia Grant.
Gli chiede di ritrovare il marito e blocca le carte di credito.
Grant inizia la sua caccia. Inutile.
Nei giorni fino all'8 aprile la polizia e gli amici di Kurt visitano più volte la sua casa.
Ma di Cobain nessuna traccia, fino al ritrovamento del cadavere.
Nessuno guarda in quella stanza sopra al garage.
E Grant non si da pace. Continua le sue indagini. È convinto che qualcosa non torni.
Fa domande agli amici della rockstar. E stila una lista di "contraddizioni" che escluderebbero il suicidio.
La prima: la quantità di eroina presente nel sangue di Cobain al momento della morte è tre volte superiore alla dose letale.
Il leader dei Nirvana non avrebbe avuto neanche la forza di accendersi una sigaretta, figuriamoci di imbracciare un fucile.
La seconda: proprio sul Remington M-11 non ci sono tracce chiare di impronte digitali.
Come se qualcuno avesse cercato, in modo maldestro, di cancellarle.
La terza: la Suicide Note, la lettera d'addio, sembra scritta da due mani diverse.
Pressione sulla carta, grafia, parole utilizzate.
Il commiato finale non sarebbe stato scritto da Cobain.
La quarta: nei giorni successivi al cinque aprile qualcuno avrebbe cercato di utilizzare le carte di credito.


LA TEORIA DI NICK BROOMFIELD
A proporre una ricostruzione è Nick Broomfield, nel suo documentario "Kurt and Courtney", 1998.
Broomfield concentra la sua indagine sulle "mosse" di Courtney Love nei giorni precedenti e successivi al 5 aprile 1994.
In sintesi, la teoria proposta è: i due sono vicini al divorzio.
La Love teme di essere diseredata.
E ingaggia un ex musicista di Los Angeles El Duce per uccidere Cobain in cambio di 50mila dollari.
È lo stesso El Duce che afferma questa versione dei fatti.
Ovviamente senza fornire nessuna prova.
Le polemiche dopo l'uscita del documentario partono subito.
Ma è lo stesso Broomfield a fermarle: "Credo che Cobain si sia suicidato.
E penso che ci sia un solo modo per spiegare la sua morte. La mancanza di cura nei suoi confronti.
Anche dalle persone che gli erano più vicine".
Una linea condivisa dalla maggioranza delle persone che hanno frequentato Cobain nei suoi ultimi mesi. L'abisso di una solitudine senza via d'uscita come quella "osservata" da Gus Van Sant in The Last Days  acuita dall'essere permanentemente sotto i riflettori, dall'uso di eroina.
Da Dave Ghrol al padre di Cobain.
Tutti danno una spiegazione simile.


I libri fondamentali:




L'ULTIMA INTERVISTA
«Ho sempre pensato che avrei ucciso me stesso prima di uccidere chiunque altro».
È spaventoso, cupo e profetico ciò che disse Kurt Cobain a Jon Savage in quella che è la sua intervista testamento, la confessione a cuore aperto prima di chiudere per sempre l’anima e premere il grilletto.
«A scuola ero così antisociale da diventare quasi pazzo».
Notte fonda, luglio 1993.
Lui, l’antidivo cantante dei Nirvana e di una generazione di rockettari che spazzarono via tutto, anche loro stessi.
L’altro, il giornalista scrittore simbolo del punk rock.
«Troppo pulito, non ascolto quel tipo di album(In Utero) a casa», confessa qui Cobain.
«Dopo averlo registrato Kurt non credeva rappresentasse il suono della band», dice oggi Dave Grohl, che è l’unico vero sopravvissuto musicale del trio visto che ha avuto un successo straripante pure con i Foo Fighters.
E l’altro Nirvana, ossia Krist Novoselic, che ha lentamente sostituito la musica con la politica, conferma di aver impiegato vent’anni per accettare che invece «era un grande disco».
Kurt Cobain come abbiamo visto non ha avuto tempo di ragionarci su, visto che nel 1994 si sparò.
Ma aveva iniziato a morire molto prima, prima ancora di accorgersi che Smells Like Teen Spirit fosse diventato un inno generazionale o che Vanity Fair definisse crudelmente lui e sua moglie Courtney Love come i nuovi «Sid e Nancy» (Sid Vicious era il bassista dei Sex Pistols morto da una overdose nel ’79).
«Dopo il divorzio dei miei genitori sono diventato asociale. Volevo disperatamente una famiglia classica. Madre. Padre».
In un paesetto piccolo così e per di più misogino come Aberdeen, Kurt Cobain implode prima di esplodere come rockstar.
Nonostante avesse ascoltato Led Zeppelin e Aerosmith, realizzò che «avevano troppo a che fare con il sesso e mi annoiavano».
Si innamorò del punk di Black Flag e Flipper, suoni drastici, testi nichilisti.
Era un punk, Cobain, nell’epoca dei Guns N’Roses, ossia musicalmente ai margini.
«Ho persino pensato di essere gay e che quella poteva essere la soluzione ai miei problemi»: e difatti nel brano All Apologies, proprio da In Utero, canta quel «Tutti sono gay» che tirò giù il muro dell’omofobia anche nel rock. Non riuscì mai a capire fino in fondo quanto il verso fosse stato importante. Era appena germogliato con i Nirvana: il successo mondiale gli seccò le radici.
«Quando tornai a casa (dopo il tour di Nevermind), un mio amico fece una compilation dei servizi di Mtv e delle tv locali su di noi, era terrorizzante, mi spaventò».
Poi nacque Frances Bean (oggi ha 21 anni) e «decisi di uscire dal mio guscio e accettare la fama», disse quella notte a Jon Savage.
Macché.
Era demolito da un mal di stomaco psicosomatico che lo trafiggeva «proprio dove nasce la mia voce».
Allora decise che «avrei potuto assumere una sostanza che uccideva quel dolore».
«Mi sono iniettato eroina per circa un anno», ammise poco dopo, tra una critica al produttore Steve Albini, una ad Axl Rose e un’altra alla polizia che aveva appena sequestrato armi nella casa: «Una cazzata totale». Ma non era solo Steve Albini a sentir male la sua voce.
Neanche Kurt Cobain riusciva a decifrarla: «È come se la gente non mi credesse, come se fossi un bugiardo patologico» Il giorno dopo l’intervista andò in overdose.
Di nuovo a Roma a marzo.
Il 5 aprile, bang.
Un bang silenzioso, se ne accorsero tre giorni dopo.


LA LETTERA D'ADDIO
"Vi parlo dal punto di vista di un sempliciotto un po’ vissuto che preferirebbe essere uno snervante bimbo lamentoso. Questa lettera dovrebbe essere piuttosto semplice da capire.
Tutti gli avvertimenti della scuola base del punk-rock che mi sono stati dati nel corso degli anni, dai miei esordi, intendo dire, l’etica dell’indipendenza e di abbracciare la vostra comunità si sono rivelati esatti. Io non provo più emozioni nell’ascoltare musica e nemmeno nel crearla e nel leggere e nello scrivere da troppi anni ormai. Questo mi fa sentire terribilmente colpevole. Per esempio quando siamo nel backstage e le luci si spengono e sento il maniacale urlo della folla cominciare, non ha nessun effetto su di me, non è come era per Freddie Mercury, a lui la folla lo inebriava, ne ritraeva energia e io l’ho sempre invidiato per questo, ma per me non è così. Il fatto è che io non posso imbrogliarvi, nessuno di voi.
Semplicemente non sarebbe giusto nei vostri confronti né nei miei. I
l peggior crimine che mi possa venire in mente è quello di fingere e far credere che io mi stia divertendo al 100%.
A volte mi sento come se dovessi timbrare il cartellino ogni volta che salgo sul palco.
Ho provato tutto quello che è in mio potere per apprezzare questo (e l’apprezzo, Dio mi sia testimone che l’apprezzo, ma non è abbastanza).
Ho apprezzato il fatto che io e gli altri siamo riusciti a colpire e intrattenere tutta questa gente. Ma devo essere uno di quei narcisisti che apprezzano le cose solo quando non ci sono più.
Io sono troppo sensibile.
Ho bisogno di essere un po’ stordito per ritrovare l’entusiasmo che avevo da bambino.
Durante gli ultimi tre nostri tour sono riuscito ad apprezzare molto di più le persone che conoscevo personalmente e i fan della nostra musica, ma ancora non riesco a superare la frustrazione, il senso di colpa e l’empatia che ho per tutti. C’è del buono in ognuno di noi e penso che io amo troppo la gente, così tanto che mi sento troppo fottutamente triste.
Il piccolo triste, sensibile, ingrato, pezzo dell’uomo Gesù!
Perché non ti diverti e basta? Non lo so.
Ho una moglie divina che trasuda ambizione ed empatia e una figlia che mi ricorda troppo di quando ero come lei, pieno di amore e gioia.
Bacia tutte le persone che incontra perché tutti sono buoni e nessuno può farle del male.
E questo mi terrorizza a tal punto che perdo le mie funzioni vitali.
Non posso sopportare l’idea che Frances diventi una miserabile, autodistruttiva rocker come me.
Mi è andata bene, molto bene durante questi anni, e ne sono grato, ma è dall’età di sette anni che sono avverso al genere umano. Solo perché a tutti sembra così facile tirare avanti ed essere empatici.
Penso sia solo perché io amo troppo e mi rammarico troppo per la gente.
Grazie a tutti voi dal fondo del mio bruciante, nauseato stomaco per le vostre lettere e l’appoggio che mi avete dato negli anni passati.
Io sono troppo un bambino incostante, lunatico!
E non ho più nessuna emozione, e ricordate, è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente.
Pace, amore, empatia.
Kurt Cobain.
Frances e Courtney, io sarò al vostro altare.
Ti prego, Courtney, continua così, per Frances.
Per la sua vita, che sarà molto più felice senza di me.
VI AMO. VI AMO.


INEDITI E BEST OF
Neanche Kurt Cobain sfuggirà purtroppo all'immancabile operazione commerciale post-mortem, che porterà alla "riesumazione" del suo ultimo brano prima del suicidio, "You Know You're Right", allo scopo di vendere qualche copia in più dell'antologia Greatest Hits (tredici classici della formazione di Seattle).
E su altri presunti 109 brani inediti, nascosti in qualche cassaforte, è già iniziata la battaglia legale tra Courtney Love, Krist Novoselic e Dave Grohl. "Capisci, ci sono un sacco di soldi di mezzo", ha ammesso la Love.
Ma è solo l'ennesimo litigio sulle briciole dei defunti nella storia del rock.


mercoledì 20 agosto 2014

La Storia Di Robert Johnson: Il Patto Con Il Diavolo e La Morte Misteriosa

Robert Johnson nasce l'8 maggio 1911 nel Mississippi.
Sin da bambino il giovane Johnson si appassiona alla musica e suo fratello gli insegna a suonare l'armonica a bocca, per poi passare alla chitarra.
Dopo un periodo trascorso a Memphis si sposa nel 1929 con Virginia Travis e si trasferisce a Robinsonville.
L'anno successivo la moglie sedicenne muore nel dare alla luce il figlio; sconvolto dall'avvenimento, Johnson comincia a vagare fra le città del Mississippi, divenendo un donnaiolo ed un forte bevitore.
Nel 1931 incontra e sposa Calletta Craft e decide di trasferirsi nel villaggio di Copiah County ma la crescente passione per la musica porta Robert sempre più distante dalla moglie e anche questa unione coniugale finisce.


IL PATTO CON IL DIAVOLO
Narra la leggenda, alimentata anche dallo stesso Johnson, che il giovane bluesman avesse stretto un patto col Diavolo, vendendogli la sua anima in cambio della capacità di poter suonare la chitarra come nessun altro al mondo.
Tale fosca mitologia è sorta e si è consolidata negli anni a seguito di diversi fatti:
1) In primis dalla sua stupefacente tecnica chitarristica, basata sul fingerpicking e tuttora additata come una delle massime espressioni del delta blues.
2) Le evocazioni generate dalla sua voce e dalle sue complesse strutture chitarristiche.
3) Il sinistro contenuto dei suoi testi spesso narranti di spettri e demoni quando non esplicitamente riferiti al suo patto col Diavolo in persona.
4) L'esser migliorato tantissimo, a livello chitarristico, da un anno ad un altro.

Vi contribuirono inoltre i racconti dei vari musicisti che lo conobbero e che riferiscono della sua iniziale goffaggine nel suonare la chitarra: in base a questi racconti, peraltro tutti concordanti, Johnson scomparve dopo la morte della moglie per poi riapparire, l'anno successivo, dotato di una bravura e di un'espressività tali da lasciare tutti allibiti.
Voci dell'epoca tramandano di un incontro, avvenuto allo scoccare della mezzanotte a un crocevia desolato(tra la 46esima e la 61esima strada a Clarksdale), tra Johnson e un misterioso uomo in nero il quale gli avrebbe concesso un ineguagliabile talento chitarristico in cambio della sua anima.
Pare che Johnson, nel corso del suo girovagare, stava cercando un misterioso bluesman di nome Ike Zinneman, il quale gli fece da maestro.
La sinistra figura di Zinneman risulta comunque celata da un fitto velo di mistero; l'unico dato, nel completo oblìo sui suoi dati biografici, riguarda la sua abitudine di suonare nei cimiteri, tra le tombe, nota al punto da venire additato quale emissario del demonio.
Altri aneddoti tramandano di come Johnson fosse capace di riprodurre nota per nota qualsiasi melodia ascoltasse, fosse per radio come in un locale affollato e senza porvi la benché minima attenzione.

Si legge in "Me And The Devil Blues":
“Early this morning
When you knocked upon my door
Early this morning
When you knocked upon my door
I said, Hello Satan,
I believe it’s time to go ”.

O in "Crossroad Blues":
You may bury my body
down by the highway side
Baby, I don't care where you bury my
body when I'm dead and gone
You may bury my body, ooh
down by the highway side
So my old evil spirit
can catch a Greyhound bus and ride


LA MORTE MISTERIOSA
Il 16 agosto del 1938 vicino Greenwood il diavolo lo chiamò per tornare a casa aveva 27 anni.

«Morì nel mistero: qualcuno ricorda che fu pugnalato, altri che fu avvelenato.
La cosa cera è che morì in ginocchio, sulle sue mani e che la sua morte aveva qualcosa a che fare con la magia nera »

Come detto non è stato possibile definire con certezza quali furono le ragioni del decesso: il certificato di morte, registrato all'Ufficio di Stato Civile di Jackson, Mississippi, non attribuisce il decesso ad alcuna causa specifica e segnala oltretutto che ragione della sua dipartita sia da ricercarsi anche nel fatto che nessun medico abbia avuto modo (non si sa per quale motivo) di prestargli cure nella fase dell'agonia.
Le testimonianze di Sonny Boy Williamson II e David Honeyboy Edwards attestano che la notte del 13 agosto 1938 Robert Johnson si trovava a suonare con loro al Three Forks, un locale a 15 miglia da Greenwood nel quale i tre suonavano ogni sabato sera a seguito di un ingaggio che durava da alcune settimane.
Era apparso subito evidente come Johnson avesse una storia con la moglie del gestore del locale, il quale era consapevole del fatto pur continuando a contattarlo lo stesso.
Racconta Sonny Boy che durante la serata, complici l’alcol e l’atmosfera di grande eccitazione, gli atteggiamenti dei due furono talmente spudorati da risultare persino imbarazzanti.
Altrettanto chiara era la rabbia dipinta sul volto del barman.
Quando durante una pausa venne passata a Robert una bottiglia da mezza pinta di whisky senza tappo, Sonny Boy gliela fece cadere di mano, avvertendolo che non era prudente bere da una bottiglia aperta; nondimeno questi si infuriò e bevve con stizza la successiva bottiglia, ugualmente passatagli già stappata. Poco dopo risultò evidente che Johnson non era più in condizione di suonare, al punto che lasciò la chitarra e si alzò per andare via, in stato confusionale.
Fu accompagnato a casa di un amico, dove dopo poche ore iniziò a delirare si trattava dei primi segni di avvelenamento.
Qui morì il martedì successivo, dopo due giorni di intensa agonia.
La vera tomba di Robert Johnson non è ancora ufficialmente definita.
Nei dintorni di Greenwood ci sono ben tre pietre tombali con il nome di Robert Johnson inciso sopra.

La Maledizione Del Club 27 (Storia)

Sotto certi aspetti il 27 è il numero maledetto del rock, più del 666.
Stiamo parlando della cosiddetta “maledizione del J27″, con riferimento al gruppo di giovani artisti, prevalentemente facenti parte del mondo del rock, che, oltre al fatto di essere morti a 27 anni, hanno in comune anche la lettera J come iniziale del nome o del cognome(non tutti ma la maggiorparte).
E' infatti a 27 anni che sono morti Robert JohnsonJimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison, tutti e tre a poca distanza di tempo l' uno dell' altro.
E a 27 anni sono morti, non per cause naturali, anche Brian Jones, fondatore e chitarrista dei Rolling Stones Stones, annegato in piscina in un periodo di grandi tensioni con Mick Jagger e Kurt Cobain, leader e fondatore dei Nirvana, che ha deciso di farla finita sparandosi un colpo di fucile.
Ci si chiede il perché di questo tragico destino che accomuna tante star della musica.
Hendrix a 27 anni morì soffocato nel suo stesso vomito, effetto collaterale di una overdose.
L' autopsia della Joplin indicò anche lì una «probabile overdose», mentre per Jim Morrison si parlò di «arresto cardiaco», ma sul corpo del leader dei Doors non fu fatta alcuna autopsia.
Come si può intuire, data la giovane età di queste celebrità, in quasi tutti i casi si tratta di morti dovute ad azioni violente o dovute all’abuso di alcool e droghe.
In qualche caso la morte è stata voluta con un suicidio, in altri casi sono avvenuti degli incidenti stradali.



ROBERT JOHNSON
Il primo posto della lista di questa classifica maledetta è riservato a un mito della musica blues, il Devilman Robert Johnson, la cui vita sregolatissima gli regalò la nomea di genio maledetto.
Si dice che fece un vero e proprio patto con il diavolo, come lui stesso racconta nella canzone Crossroads Blues.
Quando morì era il 1938 e probabilmente fu avvelenato con della stricnina dal marito geloso di una delle sue amanti.



BRIAN JONES(ROLLING STONES)
Tra i più famosi artisti morti a ventisette anni troviamo Brian Jones (1942-1969), chitarrista dei Rolling Stones.
Fu trovato sul fondo della piscina nella sua casa in Inghilterra.
L’ipotesi omicidio è ancora quella più accreditata per molti.


JIMI HENDRIX
Jimi Hendrix (1942-1970), il più innovativo dei chitarristi blues/rock.
Hendrix venne trovato morto in un appartamento di un Hotel di Londra.
Ufficialmente si sostiene che Hendrix sia stato soffocato nel proprio stesso vomito dopo un cocktail di alcol e tranquillanti.
Ma il manager James Wright ha rivelato che Mike Jeffery, il manager di Hendrix, gli avrebbe confessato di essere stato lui ad uccidere Jimi.



JANIS JOPLIN
Janis Joplin, la regina del rock, blues e soul, fu trovata morta il 4 ottobre 1970 nella stanza di un motel di Hollywood.
Ad ucciderla fu una overdose di eroina.
Il corpo dell'artista fu cremato al Westwood Village Memorial Park Cemetery e le sue ceneri furono sparse nell’Oceano Pacifico.



JIM MORRISON(THE DOORS)
Jim Morrison morì a Parigi in circostanze non chiare nella casa in cui alloggiava con Pamela Courson.
Jim fu trovato da Pamela privo di vita nella vasca da bagno.
Molti biografi sostengono che la causa della sua morte sarebbe stata un’overdose, i referti medici ufficiali parlano di arresto cardiaco, ma l’autopsia non fu mai eseguita.



KURT COBAIN(NIRVANA)
Il leader dei Nirvana, Kurt Cobain (1967-1994) fu trovato tre giorni dopo la sua morte nella serra della sua casa di Seattle, ufficialmente suicidatosi con un colpo di fucile.
Negli ultimi anni Kurt aveva lottato contro la dipendenza dall’eroina.



CONSIDERAZIONI: DROGA, ALCOL E SOLITUDINE
Ma esiste davvero una predisposizone delle giovani rockstar all' autodistruzione?
Potevano essere aiutati, salvati?
Quel che colpisce è la fine solitaria dei personaggi: la Joplin venne trovata dopo 18 ore dopo con il viso riverso sul pavimento.
18 ore! Amici? Membri della band?
La morte di Brian Jones fu preceduta da una infinita serie di guai giudiziari, da un progressivo decadimento professionale legato all' uso della droga, da un deterioramento dei rapporti col gruppo che lo portava a isolarsi sempre di più.
L' 8 giugno 1969, Brian ricevette una visita da Mick Jagger, Keith Richards e Charlie Watts che gli comunicavano che il gruppo da lui fondato sarebbe andato avanti senza di lui.
Anche Kurt Cobain si isolò e fece perdere le sue tracce una settimana prima del suicidio.
Insomma si evince che compagne dell' ultimo viaggio di questi artisti disperati siano la solitudine e, quasi sempre, la droga.

martedì 19 agosto 2014

La Storia Dei Sex Pistols, La Loro Truffa e La Morte Di Sid Vicious

I Sex Pistols sono stati una band inglese formata in Inghilterra, Londra, nel 1975.
Nel 2006, nonostante il "gran rifiuto", i Sex Pistols sono entrati a far parte della Rock’N’Roll Hall Of Fame insieme a tutti gli altri grandi nomi.
Allo stesso modo, il loro "Never Mind The Bollocks" fa parte della storia della Musica quindi non solo del Punk.
A distanza di più di trent’anni, sembra che quello che è stato uno dei gruppi più irriverenti e rivoluzionari sia stato ormai definitivamente "storicizzato".
Ovvero scandalosi e ribelli al proprio tempo, ma poi progressivamente entrati in qualche modo a far parte della "cultura" (o, perlomeno, della sottocultura del rock).
Così come ancora oggi l’orizzonte dell’arte non ha completamente riassorbito le provocazioni di alcune avanguardie, pur considerate ormai "storiche", allo stesso modo i Sex Pistols spesso fanno discutere e rappresentano un caso più unico che raro, un paradosso che mette in crisi i criteri per un’estetica del rock condotta su basi strettamente musicali.
Non esiste, infatti, in tutta la storia del rock un'altra formazione che possa vantare una fama di tale calibro pur con così poco materiale: appena quattro singoli e un album, miliare e imprescindibile; per il resto, poche altre registrazioni, tra cui alcune cover, presenti in una sterminata galassia di raccolte postume, live album e bootleg.
Molto breve è stata anche la carriera del gruppo, durata poco più di due anni, e che si può inquadrare in due date: il 6 novembre del 1975, giorno della prima esibizione e il 14 gennaio 1978, data dell’ultimo concerto nella sua formazione completa.
Nel 1996, e poi ancora nel 2002 e 2003, i Sex Pistols hanno giocato la carta del breve rientro nelle scene per alcuni live, ma non hanno aggiunto niente al loro repertorio né, tantomeno, al loro consolidato mito.
Un mito alla cui fortuna ha contribuito anche una storia nella storia: quella di Sid Vicious, il secondo bassista della formazione, morto nel '79 a soli ventun'anni e asceso dai bassifondi londinesi all'olimpo del rock, diventando un’icona generazionale.


LA BAND
Sin dal 1973, esisteva già una specie di gruppo (chiamato "The Strand") che comprendeva, oltre il diciassettenne Jones alla voce, anche un suo giovane amico e futuro membro dei Sex Pistols: il batterista Paul Cook. 
Tra scorribande e rozze prove, un giorno Steve Jones decise di rivolgersi a Malcolm McLaren. Quest’ultimo, dietro l’insistenza dello stesso Jones, gli presentò Glen Matlock. 
Quest'ultimo possedeva una discreta preparazione musicale e, con il suo arrivo, gli Strand cominciarono a provare più seriamente e con maggiore regolarità, sebbene ancora privi di un valido cantante. 
McLaren decise di puntare tutte le sue energie sul gruppo che, nel frattempo, si era già esibito una prima volta in pubblico. 
Bisognava però trovare un cantante più valido e, in questa prospettiva, Steve Jones depose il microfono e s'impegnò per imparare a suonare la chitarra. 
Un giorno, fu presentato ai compagni uno strano soggetto di nome John Lydon che, insieme al suo inseparabile amico "Sid". 
Johnny era uno scapestrato, ma con un’indole introversa. 
I suoi gusti musicali erano inconsueti, e spaziavano dal reggae a Captain Beefheart. 
Dimostrando sin dalla prima audizione le proprie capacità istrioniche, John Lydon si trasformò presto in "Johnny Rotten". 
Il gruppo era finalmente pronto per la sua rivoluzione musicale. 
I componenti dei Sex Pistols con l'eccezione di Glen Matlock erano tutti giovani disagiati, con alle spalle situazioni familiari difficili ed ansiosi di sfogare la loro rabbia e le loro frustrazioni.
Sin dall'inizio, tra loro stessi non correva buon sangue e la formazione si reggeva su un equilibrio precario: Matlock era visto con sospetto dagli altri, in quanto troppo "normale", Lydon era visto con altrettanto sospetto per le ragioni opposte. 
Le tensioni maggiori presto sarebbero state proprio tra Lydon e Matlock: il primo era l’anima più musicale, più pop, il secondo ne era l'antitesi. 
Il primo diventò l'autore dei testi, il secondo della maggior parte delle musiche. 
Tuttavia, McLaren vide positivamente questa conflittualità, considerandolo un salutare antagonismo, utile ai fini di un gruppo militante. 
Sarebbe stata proprio la tensione tra gli opposti a dar vita alla fragile alchimia dei Sex Pistols. 
I membri del gruppo sono tutti nati nel 1956 (ad eccezione di Jones, nato nel '55) e dunque, quando nel ’75 si formò, erano più che maggiorenni.
Nel corso del 1975, negli States cominciava sempre più a diffondersi il termine "punk" per indicare un nuovo fenomeno musicale underground. 
"Punk" era tuttavia un termine ancora piuttosto generico: in realtà non c’era ancora un vero movimento unitario e consapevole di sé, ma piuttosto una serie di gruppi accomunati da un'ansia di novità. 


PRIMI CONCERTI E NUOVA CONCEZIONE DELLA MUSICA 
Nel 1975 con un repertorio di appena cinque canzoni ci fu il primo concerto live della band. 
In quell'occasione, John Lydon esibisce una sua idea poi diventata celebre: è una t-shirt dei Pink Floyd, ma con sopra scritto a mano "I hate". 
I Pink Floyd rappresentavano infatti, ai loro occhi, tutto ciò che aveva rinnegato le origini del rock’n’roll e che si era allontanato dalla vitalità originaria e dallo spirito di ribellione di quella musica. 
Con i Sex Pistols, il rock doveva tornare a essere ribelle e scandaloso. 
Pur non sapendo ancora padroneggiare bene gli strumenti, o forse sopratutto per questo motivo, i quattro riescono a sprigionare un'energia nuova e contagiosa e, sin dal primo concerto, fanno la prima vittima: dopo averli visti sul palco, Stuart Goddard decide di abbandonare il gruppo precedente per diventare quello oggi che conosciamo come Adam Ant. 
Ogni concerto diventa presto un evento, ma l'eccitazione spesso degenera in episodi di rissosità e violenza tra il pubblico, che spesso coinvolgono anche i componenti del gruppo. 
Alcuni locali cominciano a chiudere le porte, ma la miccia è ormai accesa, la rivoluzione è inarrestabile: dopo aver assistito alle performance di Johnny Rotten e compagni, si formano gruppi come Clash, Damned, Adverts, Jam e tanti altri. 
Sin dalle prime esibizioni, i Sex Pistols introducono un nuovo approccio estetico al rock e cambiano il rapporto tra musicisti e pubblico: si ricerca l'antagonismo piuttosto che il consenso e la performance musicale è in primo piano rispetto alla pura esperienza sonora. 
Quella dei Sex Pistols non è soltanto musica, ma anche "spettacolo": non uno spettacolo con grandi scenografie e grandi attori, ma un piccolo teatro disadorno in cui si mette in scena l'assurdo. 


PROVOCAZIONI
Mentre Lydon e soci contagiano il pubblico londinese con le loro esibizioni incendiarie, il manager Malcolm McLaren definisce l'estetica del gruppo e quella del nuovo movimento musicale. 
Con la collaborazione di Westwood, il manager inoltre supporta il gruppo escogitando una serie di provocazioni: dopo la maglietta "anarchy" (con un ritratto di Marx), a suscitare scalpore è sopratutto la famosa maglietta "destroy", che mette insieme l'anticristo e una grossa svastica. 
Tale è il caos di simboli e simbologie, che il gruppo risulta allo stesso tempo militante ma politicamente ambiguo, suscitando le simpatie e le avversioni sia dell'estrema destra che dell'estrema sinistra. 
Benché l'esibizione della svastica non fosse una novità assoluta nell'estetica del rock, McLaren conduceva questa provocazione ai massimi livelli. 
E' tuttavia evidente che, nell'Inghilterra degli anni 70, che portava ancora i segni e i ricordi della guerra, la svastica era paradossalmente un emblema dalle connotazioni antinazionaliste. 
Era quasi un simbolo di caos e di anarchia. 
Infatti, sono proprio il caos e l'anarchia a essere celebrati nel primo singolo del gruppo, uscito nel novembre 1976: "Anarchy In The UK" è una delle pagine più incandescenti della storia del rock e diventa il primo vero inno del movimento punk.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, tuttavia, "Anarchy In The Uk" non è un'autentica canzone di protesta politica o di denuncia sociale ma è funzionale sopratutto a suggerire l’idea di "caos". 
Quella di Rotten e compagni è una vera e propria estetica del caos e della contraddizione. 
Il punk è anche questo: rigetto di tutti i valori, compresa la coerenza. 
I Sex Pistols sono infatti una contraddizione vivente: nascono come anti-rockstar ma, a loro volta, finiscono per creare nuove mitologie e per trasformarsi in rockstar. 
Vogliono distruggere il sistema dell’industria discografica, ma poi non esiteranno a compromettersi con lo stesso sistema, sfruttandolo il più possibile a proprio vantaggio. 
In un certo senso, la rivoluzione portata avanti da McLaren e dal gruppo era finta, costruita. 
Eppure, all’interno del mondo del rock, è stata verissima e con tante conseguenze.


CONTRATTO CON LA EMI E CRITICHE
Nell'ottobre '76, il gruppo firma un contratto con la Emi: nata in ambienti underground e in angusti locali, la musica dei Sex Pistols si prepara a conquistare il mercato internazionale e a diventare il nuovo fenomeno musicale. 
Negli stessi mesi, i quattro cominciano a entrare sempre più in contatto con i media: tanto più questi si schierano contro il gruppo, tanto più quest'ultimo ne trae vantaggi. 
E così avviene quel primo dicembre 1976, quando i Sex Pistols vengono invitati al popolare programma televisivo di Bill Grundy. 
Il giorno dopo, la band è sulle prime pagine di tutti i quotidiani inglesi in seguito alle provocazioni e le offese al conduttore (il quale ne aveva provocato la reazione).
E' il momento in cui il gruppo comincia a diventare davvero popolare, ma anche il momento in cui cominciano ad affiorare le prime tensioni e le prime crisi interne ed esterne.
Da quel momento in poi, infatti, il rapporto tra il gruppo e i media sarebbe diventato a doppio taglio: per essere all'altezza della propria crescente popolarità, i Sex Pistols sarebbero andati sempre più verso la strada dell'auto-distruzione. 
Un mese dopo l'incidente con Grundy, e nonostante le buone vendite di "Anarchy In The UK", la Emi decide di liquidare la formazione per non rischiare di finire anch'essa sul banco degli imputati. 
Contro la compagnia discografica, Rotten e soci avrebbero scritto la canzone "Emi". 
Dopo una breve parentesi con la A&M Records, sarebbero approdati alla neonata Virgin.


LA RIVOLUZIONE: 1977
Il 1977 è l'anno in cui esplode, soprattutto a livello mediatico, la rivoluzione del punk: nell'anno in cui muore Elvis Presley, che era stato il simbolo del rock'n'roll, esso sembra reincarnarsi in nuove forme, ed è riscoperto da una nuova generazione di ribelli. 
Quella guidata dei Sex Pistols è quasi paragonabile a una seconda esplosione di rock’n’roll, nella sua versione aggiornata agli anni 70. 
All'origine, il rock’n’roll era nato come musica rumorosa e irruenta, era una forma d’arte anti-artistica e una forma musicale anti-musicale, in cui le capacità performative e le attitudini sessuali erano in primo piano sulla ricerca di suoni gradevoli. 
Spazzando via la stagione del "peace and love", i Sex Pistols sono i portavoce di un nuovo scontro generazionale e guidano la rivolta giovanile contro le fastose rockstar e i dinosauri del progressive. 
La rivoluzione "punk" porta i capelli corti e in musica rifiuta tutto ciò che è "ornamento"; si ricercano invece forme espressive semplici per gridare al mondo le più autentiche emozioni nella loro immediata urgenza. 
Nonostante il successo del gruppo sia in rapida ascesa, allo stesso tempo, il nuovo anno si apre all'insegna di una crescente incertezza. 
A febbraio, Glen Matlock abbandona la formazione: è il sintomo che qualcosa comincia ad andare storto. 
Dopo l’abbandono di Matlock, unica anima musicale e autore della maggior parte dei brani, i Sex Pistols cominciano a sfuggire ad ogni controllo: il fragile equilibrio tra musica e performance, tra vita e arte, comincia a spezzarsi. 
Le componenti performative sottomettono sempre più quelle musicali, e il gruppo è costretto ad essere all’altezza del grande circo mediatico che sempre più si costruisce intorno a esso. 
Con l'ingresso di Sid Vicious in qualità di bassista, si moltiplicano gli episodi di teppismo e aumenta il consumo di droghe: l'immagine del gruppo diventa sempre più aggressiva e pericolosamente instabile, sia sul palco che fuori.  
Il 1977 è anche l’anno di "God Save The Queen": un anti-inno (nazionale) che finisce per assumere, per negazione, la portata un inno (generazionale). 
Uscito nel marzo 1977, nonostante le numerose censure e boicottaggi, il singolo riscuote un enorme successo ed è l'unica voce stonata nell'euforia collettiva per il giubileo. 
La canzone porta ancora la firma di Glen Matlock, mentre il testo è, come di consueto, un'idea di John Lydon.
In "God Save The Queen" si respira un'atmosfera apocalittica, e si dipinge una società che ha bisogno dei miti nazionali per nascondere la propria inarrestabile decadenza. 
Le suggestioni nazistoidi del gruppo, insieme allo slogan "no future", trasformano la festa per il giubileo in un carnevale di follia collettiva. 
Dietro la rabbia e la pungente ironia, nella musica dei Sex Pistols è presente una dimensione tragica: non è soltanto la voce degli emarginati, ma anche l'espressione di una forma di angoscia e disagio esistenziale. 
Dal "no future" deriveranno molte suggestioni del dark, e la tragedia diventerà realtà prima con Sid Vicious, poi con Ian Curtis. 


NEVER MIND THE BOLLOCKS
Preceduto dall'uscita dei singoli "Pretty Vacant" e "Holidays In The Sun", Never Mind The Bollocks, unico album dei Sex Pistols, esce nell'ottobre 1977. 
Sfidando le censure e le difficoltà di vendita, balza presto al primo posto nelle classifiche inglesi ed è destinato a diventare uno degli album più popolari della storia del rock.  
Il disco contiene almeno tre canzoni che possono essere definite veri e propri inni generazionali: le già citate "God Save The Queen", "Anarchy In The Uk", "Pretty Vacant". 
Contrariamente a quanto un ascolto superficiale possa suggerire, anche da un punto di vista strettamente musicale è un album impeccabile e con un’eccellente produzione, all’altezza della fama del gruppo. 
In "Never Mind The Bollocks" non ci sono né errori, nè stonature o sbavature e, in quanto al fatto che non sia troppo complesso musicalmente, non lo è nella stessa misura in cui non lo sono centinaia di album rock prima di esso (dall'esordio di Elvis a Bob Dylan ai primi Rolling Stones e oltre). 
A cominciare dalla sbalorditiva triade iniziale "Holidays In The Sun", "Bodies", "No Feelings", il suono dei Sex Pistols è potente e di grande impatto. 

La prestazione vocale di John Lydon è straordinaria in tutto l'album e dà prova di grande destrezza nel gestire un ampio registro vocale. 
Batteria e basso sono perfettamente cadenzati e coesi nel dosare la tensione emotiva. 


LA FINE
Dopo il clamore dell'album, l'ultimo capitolo della storia dei Sex Pistols viene scritto durante l'infausta tournée americana del gruppo, conclusasi il 17 novembre al Winterland di San Francisco: testimoniato anche da un video di facile reperibilità, è l’ultimo live. 
Guardando quel video, si può facilmente percepire la cupezza, il gelo e l'inquietudine di cui è pervasa quell'ultima esibizione. 
A conclusione del concerto, uno stanco John Lydon ammonisce “avrete un solo e unico bis”: non può che essere “No Fun”. 
Mai la cover degli Stooges era stata così surrealmente concreta: lo spettacolo è finito, non c'è divertimento, restano solo l'amarezza e i rimpianti. 
Di lì a qualche giorno, a causa delle sempre maggiori ostilità con Malcolm McLaren, Lydon abbandonerà i compagni. 


L'OMICIDIO DI NANCY E LA MORTE DI SID VICIOUS 
Sid Vicious non ha aggiunto molto alla musica dei Sex Pistols ma ha dato un contributo fondamentale all'estetica e alle mitologie del rock tout court: se la musica dei Sex Pistols ha influenzato la produzione musicale di numerosissimi gruppi, Sid Vicious ha influenzato l'immaginario collettivo.
Prima di entrare nei Sex Pistols, la sua storia era la stessa di tanti altri emarginati come lui: era stato cacciato da casa quando aveva quindici anni, e aveva vissuto di espedienti. 
Sid aveva una tecnica rudimentale, ma dimostrava la personalità giusta: nel febbraio 1977, dopo l'abbandono di Glen Matlock, ebbe finalmente l'occasione di diventare il bassista dei Sex Pistols. 
Ma in realtà Sid non diventò parte della musica del gruppo, ma piuttosto parte del loro spettacolo: perverso e fragile, violento e incosciente, sempre più cominciò a fare del "drug, sex and rock'n'roll" il proprio stile di vita. 
Ma la fragile identità di Sid non poteva sopravvivere a lungo ai miti di cui si alimentava; a una personalità così labile contribuì il consumo di eroina, a cui venne introdotto dalla fidanzata Nancy Spungen: Sid e Nancy si ritrovarono presto legati da un rapporto perverso di reciproca auto-distruzione, che avrebbe portato entrambi a morire a distanza di pochi mesi. 
Nel teatro dell’assurdo e della crudeltà imbastito dai Sex Pistols, Sid Vicious e Johnny Rotten, pur essendo figure complementari, si distinguevano: a differenza di John, Sid portava così all’estremo la propria parte che finì per inverare ogni fiction.
Infatti Vicious cominciò sempre più a identificarsi con il personaggio stesso e non fu più in grado di prenderne nemmeno parzialmente le distanze. 
Mentre Rotten era consapevole del proprio ruolo, e in alcuni momenti giungeva a rifiutarlo, Vicious diventò una marionetta nelle mani di Malcolm McLaren e dei media: sia sul palco che fuori, le sue performance diventarono sempre più estreme, al confine dove non è più possibile distinguere la finzione dalla realtà, l'arte dalla vita (e dalla morte). 
Dopo lo scioglimento dei Sex Pistols nel '78, Sid tentò di intraprendere una carriera da vocalist, formando una serie di gruppi d'occasione con musicisti come Mick Jones, Glen Matlock e Keith Levene ed è qui che il cerchio si chiude: la storia dei Sex Pistols, originata dal culto per gli anni 50 di Malcolm McLaren, terminava con una morte che riportava in vita una delle mitologie originarie del rock'n'roll ovvero la gioventù bruciata.
Nella notte dell’11 ottobre 1978, Nancy venne trovata morta accoltellata, Sid pur trovandosi in stato confusionale per l'abuso di droghe non ammise di aver commesso il reato eppure venne arrestato come unico sospetto. 
Infatti fu lo stesso Sid a chiamare la polizia, dopo essersi svegliato ed aver trovato la fidanzata morta, accasciata sotto il lavandino del bagno(la ragazza era stata pugnalata all'addome). 
Vicious dichiarò di non ricordare nulla della sera precedente e fu arrestato per omicidio e in seguito al rilascio su cauzione fece delle affermazioni che furono riconducibili a un'ammissione di colpevolezza.
L'arma del delitto (un coltello con una lama da 13 centimetri, regalatogli da Nancy il giorno prima) venne trovata ancora insanguinata nella camera con impresse le impronte di Sid
Comunque a tutt'oggi non è possibile far piena luce sugli eventi di quella fatale notte di sangue e di follia. 
Dopo il suo rilascio il 1º febbraio 1979, Vicious assunse nuovamente dell'eroina, dopo essersi iniettato in vena dell'altra eroina durante la notte, ebbe un'overdose e fu rianimato dalla sua nuova fidanzata Michelle Robinson, poi i due si addormentarono. 
Sid Vicious venne trovato morto di overdose il mattino seguente. 

Vicious lasciò un biglietto scrivendo di voler esser sepolto di fianco alla sua fidanzata Nancy Spungen con addosso i suoi jeans, la sua giacca di pelle e i suoi anfibi: nonostante fossero queste le ultime volontà di Sid, qualcosa si frappose tra quanto previsto e ciò che realmente avvenne. 
Nancy era d'origine ebraica e venne seppellita nel cimitero ebraico ma la madre di Nancy non consentì che Sid venisse seppellito vicino a sua figlia perché in passato non aveva mai approvato la sua relazione con Sid. Alla luce di tutto ciò, la madre di Vicious decise di far cremare il figlio: le sue ceneri vennero sparse sulla tomba della Spungen
A precoce conferma dell'impatto che ebbe Sid Vicious sull'immaginario collettivo, pochi anni più tardi le vicende di Sid e della sua compagna diedero ispirazione per il film "Sid and Nancy" (1986), diretto da Alex Cox.


FILM: LA GRANDE TRUFFA DEL ROCK N'ROLL
"The Great Rock’n’Roll Swindle" è il titolo di un film uscito nel 1980: diretto da Julian Temple, ha come oggetto la storia dei Sex Pistols secondo il punto di vista di Malcolm McLaren.
Le cose sono allora ben più complesse di come potrebbe suggerire una lettura ingenua e il film stesso non si presta a una lettura ingenua e immediata: essendo volutamente "esagerato", il punto di vista di McLaren non richiede una vera adesione da parte dello spettatore (né un totale rifiuto), bensì spinge a una riflessione. 
In "The Great Rock'n'Roll Swindle", i Sex Pistols stessi mettono in scena la loro limitazione tecnica e il fatto di essere manovrati da un astuto manager che, grazie a loro, è riuscito ad arricchirsi a spese delle compagnie discografiche. 
Ma tutto ciò è anche parte di un copione: un copione in cui McLaren è un astuto burattinaio e i Sex Pistols sono i suoi ignari burattini. 
Questo non significa che i Sex Pistols siano stati davvero un gruppo creato a tavolino come sembra suggerire la pellicola; piuttosto, parte della loro "verità" era proprio nel mettere in scena anche l'artificiosità (come si è visto, è proprio nel conflitto tra la maschera e l'individuo, tra Lydon e Rotten, la migliore espressione del gruppo).
I Sex Pistols sono caratterizzati da una perenne tensione tra opposti: tra musica e spettacolo, tra arte e vita, tra verità e finzione; la natura del gruppo non è mai riconducibile a uno solo dei poli oppositivi, ma è riposta proprio nella contraddizione e nell'ambiguità in cui l'una cosa si trasforma nell'altra.
Tuttavia, c'è un punto in cui gli estremi giungono a identificarsi: la finzione diventa realtà e l’attore è a tal punto irretito dal suo personaggio da restarne vittima. 
Si parla, ovviamente, di Sid Vicious.